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GERHARD RICHTER PAINTING                                                                                   Regia: Corinna Belz. Sottotitoli in italiano                                                     Germania, 2011, 97’

Uno degli artisti più quotati al mondo, in questo documentario viene scoperto l’animo quasi infantile e schivo di uno degli artisti che fin dagli esordi in Germania attraversa e cambia il significato di arte contemporanea. Ripercorriamo insieme la nascita di un dipinto. L’ autrice di questo film indaga con i mezzi della ripresa il suo studio i suoi assistenti i suoi amici più cari, in un divenire di altissimo livello cinematografico per sfociare nella documentazione dalla nascita alla creazione di una serie di dipinti astratti dell’ ultimo e ormai celebre periodo dell’artista. All’interno delle prime scene e oltre i dialoghi sono quasi assenti; parlano le immagini e i suoni, si affacciano emozionanti tagli di luci tra le pareti dello studio dove lavora tra le varie città nel corso dei suoi spostamenti; ed emerge una filosofia di costruzione e indagine del colore quasi maniacale ma del tutto organizzata, nella quale la regia dona effetti di puro minimalismo. L’artista, nelle varie interviste, sotto l’occhio attento della telecamera, risponde che a volte – anzi, quasi sempre – è il quadro stesso che decide quello che vuole, la mano del suo creatore è il mezzo; in effetti Richter può solo scegliere il momento giusto per terminare l’opera, ma resta sempre un cammino tortuoso e misterioso da percorrere, per arrivare là dove la scoperta è pura e originale. Nei suoi primi dipinti l’artista tedesco nasce, e rimane per anni ad essa legato, con la pittura figurativa, ma la abbandona ben presto per spingersi oltre l’immagine del reale. Arriva a sperimentare tecniche e suggestioni pittoriche di un altissimo lirismo astratto. Dalle foto sfuocate alla fotografia, ai paesaggi e monocromi grigi, viene presentato uno spezzone della vita e spiegato al pubblico come si diventa popolare, ma anche e soprattutto apprezzato. Un artista che ha raggiunto fama e notorietà in tutto il mondo, ma alle spalle del quale c’è un notevole impegno di cui non tutti hanno consapevolezza. Attraverso i vari passaggi per la definizione di una mostra retrospettiva organizzata dalla Tate Modern di Londra per celebrare i suoi ottant’anni, Gerhard Richter lavora quasi sempre su almeno 2 tele contemporaneamente, mentre gli assistenti di studio preparano il colore.  L’allestimento è in grande stile, sulle pareti di un piccolo plastico fatto ad hoc per l’occasione. Il limite del suo lavoro è sicuramente il raggiungimento dell’opera perfetta, l’avvicinarsi al suo lavoro impedisce di capire quale sia il limite tra il soggettivo e l’oggettivo. L’opera di Richter esiste in quanto capolavoro, il maestro infatti si mette dalla parte dello spettatore e ne coglie l’essenza, riportando sulla tela la perfezione ricercata dagli strumenti di lavoro, come le gigantesche spatole che rendono i colori amalgamati ma soffusi allo stesso modo, anche se nell’intervista resta evidente il suo amore per il grigio. Questo si spiega semplicemente col fatto che da anni porta con sé alcuni scatti in bianco e nero del suo passato: un Richter ancora bambino, ricordi ormai sbiaditi ma nitidi nella mente dell’artista che vi si appoggia. La fotografia nell’opera di Richter è sempre presente, sia nel periodo di massima figurazione che nell’ultimissimo ciclo. L’artista ormai è adulto, e della matrice originale resta ben poco. Il suo ragionamento sulla superficie pittorica resta solo quello del togliere dalla materia. L’artista ha raggiunto livelli di altissima e riconoscibile identità. Ma tende a soffrire quando gli viene chiesto come si sente ad essere inglobato nel mercato dell’arte contemporanea e non poter più dipingere per sé stesso.

La pittura? Una faccenda riservata, risponde. Richter è un personaggio molto semplice fondamentalmente, ma contemporaneamente molto complesso; in un crescendo armonico e di perfezione tecnica, tutta l’opera di questo gigante dell’arte si concede a noi mortali per essere ammirata nelle più grandi collezioni pubbliche e musei di tutto il mondo. Il film è molto interessante quando va a confrontare anche le dinamiche e gli incontri casuali con galleristi e amici. Inoltre – nell’ultima parte – quello che credevate essere uno di mestiere, che ama essere riconosciuto per strada, vi stupisce, presentandosi a voi con un’umiltà quasi sconcertante.

-Fabio Ramunno-

http://www.gerhard-richter.com/

 

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